Terror Haza

Terror Haza

Terror Haza (2)

Il museo del terrore

Prima di parlarvi del Terror Haza volevo farvi una premessa, sono un’amante dell’arte e affascinata dalla storia, e quando mi reco all’estero mi piace visitare i musei, ma non tutti. Tendenzialmente evito quelli con a tema la guerra e soprattutto che dimostrano solo violenza e devastazione.
Non volevo andare a visitare questo museo, non perché non lo trovavo interessante, però ero condizionata da un aspetto del mio carattere che conosco bene, e cioè l’empatia. Per questo motivo non ho voluto in passato visitare i campi di concentramento, oppure altri musei dedicati alle torture, guerre ecc. La mia anima pacifista inoltre ne ripudia proprio il senso (se ce ne può essere!), soffro al solo pensiero di quante storie tragiche e desolanti possono essere scaturite da tanta ferocia, vedere i visi di chi ha sofferto o è stato massacrato, leggere le loro storie mi provoca un grande senso di angoscia.
Mi sono recata per cinque giorni a Budapest, per puro caso mi trovavo nelle vicinanze di questo museo, ovvero in Andrassy utca (utca in ungherese significa: via) e mio marito mi ha detto una cosa giusta, “… Ci troviamo qui a Budapest e questo museo mostra una realtà della storia di questa nazione, forse dovremmo visitarlo”. Aveva ragione, quindi mi sono convinta (e fatta coraggio) ed ho deciso di visitare il Terror Haza, il Museo Del Terrore.
Per anni questo è stato il luogo più temuto a Budapest; inizialmente nel biennio 1944-45 perché fu la sede dei nazisti ungheresi, e successivamente perché divenne il quartier generale della polizia politica (AVH) che aveva l’incarico di reprimere, opprimere e sopprimere i nemici del comunismo.
All’esterno del fabbricato dove è collocato il museo non si percepisce l’orrore, sembra un palazzo come tanti altri, però se alzi lo sguardo, tutto il bordo dell’edificio presenta una enorme fascia metallica, dove c’è intagliata la parola Terror.

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Terror: questo museo infatti, è collocato all’ interno di un residenza in stile neo rinascimentale, qui troviamo testimonianze riguardanti tutte le dittature totalitarie che l’Ungheria.
È un museo per me è terrificante, raccapricciante, e ti insinua un senso di oppressione che ti prende è ti avvolge come ne varchi la soglia.
È organizzato in modo particolare, proprio per renderlo molto coinvolgente.

La prima cosa che mi ha profondamente colpita è stato l’ingresso. Al centro di ciò che era la corte del palazzo si trova un vecchio carro armato tutto dipinto di nero, adagiato sopra una teca trasparente dove scorre dell’acqua; sulla parete a destra si trovano delle foto in bianco e nero di tutte le persone che hanno perso la vita o sono state in questo posto perseguitate. Una realtà agghiacciante e che la parete ne è letteralmente ricoperta per tre piani di altezza; questo è già un preludio di ciò che stai per visitare.

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Con in sottofondo della musica, direi quasi martellante, procederete camera dopo camera bramando di uscire, di fuggire via, tra contrastati desideri … rimanere nell’inconsapevolezza, non voler sapere girando le spalle e fuggendo, o di conoscere una verità terrificante.
Qui lo sai, nulla è finzione o invenzione: è Storia
Procederete come fantasmi, in punta di piedi dispiaciuti e sbigottiti da quello che vedrete.
Si segue un percorso attraverso stanze e corridoi, che ripercorrono e ricostruiscono un lungo periodo della storia del paese dall’inizio del Nazismo, al Comunismo e alla loro caduta, fino alla cortina di ferro, ed è desolante pensare che il tutto è finito in epoca piuttosto recente, ovvero 1989. Poco più di venti anni fa.

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Ci sono una vastità di documenti audio e video quasi tutti in ungherese (purtroppo solo alcuni con i sottotitoli in inglese), armi, auto, divise, fotografie, lettere, oggetti religiosi e personali di persone comuni, sino ai quotidiani e ai manifesti di propaganda dell’epoca.
I pezzi di accompagnamento musicale del percorso sono di Ákos Kovács, che è un famoso cantautore ungherese, secondo me una parte molto rilevante nella visita del museo.
La casa del terrore oggi è considerata come un monumento per ricordare chi vi fu torturato e ucciso, nondimeno è anche dedicato a coloro che furono deportati, imprigionati o perseguitati, più in generale a tutti coloro che si opposero ai regimi totalitaristi.
Vi racconterò delle stanze che mi hanno colpito di più:

Passati della prima camera dove ci sono lungo le pareti tanti monitor che mandano filmati di testimonianze e interviste dei sopravvissuti. Si accede alla seconda camera, la luce scompare, le pareti sono scure, la musica è allarmante, al centro della stanza è nascosta da una leggera tendina scura una macchina nera con fregi nazisti e all’improvviso si illumina tutto e sulle pareti iniziano a scorrere i video e le fotografie dell’invasione nazista.
La camera del consiglio: troviamo delle divise nere con svastiche naziste che le decorano, tutte restaurate e collocate intorno ad una scrivania (come fantasmi) per dare enfasi e far avvertire il peso dei provvedimenti e delle orribili decisioni concepite in quella stanza, proprio da chi quelle divise le indossava.

In questa atmosfera cupa il senso di oppressione e l’angoscia salgono sempre di più, fino ad assestarti un pugno nello stomaco, quando varchi una soglia successiva e ti accorgi che le pareti da nere diventano chiare; però osservando bene i mattoni, ti rendi conto che non sono di pietra, ma di sapone, quello fatto nei campi di sterminio… potete ben immaginare con cosa; non ho avuto il coraggio di chiedere se fossero delle ricostruzioni o reali (credo delle ricostruzioni!), il tutto era spiegato con dei cartelli in ungherese, ero già abbastanza impressionata così, quindi non volevo saperlo!

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La musica cambia, diventa più briosa, parte la registrazione di una voce accattivante che pronuncia parole che io non comprendo, eppure il senso del pensiero è chiaro.
Erano delle istruzioni: ti impartivano “consigli” su in che modo bisognava vestirsi, come acconciarsi, come comportarsi ma soprattutto ti “diceva” cosa è giusto e cosa non lo era, suggeriva cosa bisognava “pensare” … era la propaganda comunista.
Una delle situazioni più claustrofobiche che mi sia mai capitato nella vita, è stato quando finiti i tre piani ci hanno fatto scendere con l’ascensore che porta ai scantinati. L’ascensore scende lentissimo, pieno di persone e su una parete c’è un monitor che riproduce la testimonianza di una sopravvissuta che racconta l’orrore della discesa, come all’inferno (il tutto sempre in lingua ungherese!), a un certo punto non ce la facevo più stavo quasi per avere una crisi di panico.
Quando le porte dell’ascensore si aprono ad accoglierti c’è un fetore di umido e puzza di chiuso.
Ci troviamo nella zona che chiamavano palestra, ovvero le carceri. Le mura sono di pietra, la luce è limitata, non ci sono finestre, solo celle ed alcune sono così strette che non ci si può sedere, erano fatte apposta per sfinire i reclusi, altre così basse che non si può stare in piedi; più avanti troviamo vari strumenti di tortura, cavi elettrici ed una forca.Terror Haza 9
E dopo questo ultimo posto mentre vai via con un groppone in gola ed un macigno sul petto, infine ti trovi davanti ad un muro di fotografie e nomi, è la parete della vergogna, dove ci sono ritratti e scritti i nomi dei carnefici, di tutti coloro che hanno torturato perseguitato ed ucciso altre persone in nome di ideali terribili o di pura follia, questo non saprei nemmeno spiegare, non vedo differenze.
La cosa però che mi ha colpito guardando queste foto e che ho riscontrato, è che avevano tutti lo stesso aspetto delle persone che si trovavano ritratte sul muro all’ingresso, ovvero le loro vittime, non avevano facce diverse o che contraddistinguessero dagli altri, erano esseri umani proprio come gli altri e allora ti domandi come è possibile tutto ciò…  perché!Terror Haza (6)

Vi consiglio di visitare questo museo, anche se ci sono delle cose che mi sono piaciute meno: il concetto del museo in se stesso è ben strutturato, si capisce bene il motivo per cui lo abbiano allestito, eppure ho riscontrato un problema di fondo; ci sono delle audio guide che però in italiano erano pochissime, non ce ne erano a disposizione quando siamo giunti io e mio marito. Questo è un grande problema, perché gran parte delle cose le abbiamo dovute dedurre. Il problema della lingua non è cosa da poco giacché se è vero che all’ingresso ci hanno fornito un libricino di fogli fotocopiati, con raccontate la storia del sito e della nazione in italiano e una brochure (in lingua tedesca ed inglese!) dove c’era la mappa del sito con le indicazioni di ogni singola stanza con informazioni molto dettagliate, comunque non capendo le varie rappresentazioni nei monitor e gran parte delle spiegazioni (con cartelli solo in ungherese!) è difficile farsi coinvolgere dal luogo, direi quasi ostico.

Altra cosa che non mi ha troppo convinto, era il senso di spettacolarizzazione di certi eventi, per me forse un po’ troppo, pensando alla tragicità degli eventi che racconta, anche se non cade mai nel superficiale. Diciamo che hanno calcato un po’ troppo la mano.
Ciò che invece trovo positivo è che il sito è istruttivo, apre gli occhi, ti fa comprendere la difficile storia di una Nazione e tutte le sue vicissitudini guardando negli occhi le persone che ci sono dietro.
Perché la storia è fatta di uomini, esseri umani, non solo date ed eventi, e questo particolare può sfuggire. Ho scoperto che qui portano in visita molte scolaresche del luogo, modo ottimo per far capire alle giovani menti ciò che li ha condotti fino ad oggi, un modo tangibile per far comprendere la Storia alle generazioni successive, e per non dimenticare.
Insomma il Terror Haza non fa per me, però se la Storia più recente vi piace questo sito sicuramente è adatto a voi. Io continuo a preferire i musei d’arte, che possono essere anche cruenti e destarti tante forti emozioni, ma mi fanno meno male ”’all’anima”’
Ora vi lascio qualche informazione e consigli.

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Le tematiche affrontate dal Terror Haza
(Che ho preso dal libricino che mi hanno dato all’ingresso) sono:
• I carri armati T-54 e T-55
• La doppia occupazione
• Il passaggio dei nazisti ungheresi
• La sala dei nazisti ungheresi
• Il gulag
• I voltagabbana
• Gli anni cinquanta
• Il socialismo quotidiano
• La sala dei consiglieri sovietici
• La resistenza
• Rastrellamenti e deportazioni
• La consegna obbligatoria
• L’anticamera della polizia politica ungherese
• L’ufficio di Gàbor Pèter
• La giustizia farsa
• Tesoreria
• Le religioni
• Ricostruzione delle celle della cantina (le “palestre”)
• Internamento
• La rivoluzione del 1956

Vi volevo avvisare che a Budapest i musei il lunedì rimangono chiusi, ma sono aperti tutta la settimana, qui al Terror Haza non è consentito fare fotografie e non si possono portare all’interno borse o zaini di un certo volume, ma all’ingresso c’è un guardaroba che li prenderà in consegna.
Il prezzo di ingresso è di 2.000 fiorini (circa 6,80 €) vi consiglio di spendere i 1.500 fiorini per le audio guide che sono indispensabili, anzi se non ce ne sono a disposizione uscite a prendervi un caffè Andrassy utca è una bellissima via è tornate quando saranno disponibili.

Museo Del Terrore: Terror Haza
Sito
Indirizzo: 1062 Budapest, Andrássy út 60, Ungheria
Telefono: +36 1 374 2600

Per ora vi saluto ciao alla prossima Teresa…

pace

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5 pensieri su “Terror Haza

  1. Comprensibile che tu fossi incerta sull’opportunità o meno di visitare questo luogo, anche a me l’impatia fa brutti scherzi.
    E in effetti è risultato un luogo inquietante, soprattutto se consideriamo l’enorme numero di foto delle vittime…
    Il nonno di un mio alunno era stato in guerra a Budapest proprio nel periodo degli ultimi anni di guerra, raccontava episodi terribili e aveva conosciuto niente meno che Perlasca.

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